Università: uno sguardo sul futuro

FORUM AICUN PER IL XXV° ANNIVERSARIO DELL’AICUN 
di Edoardo Teodoro Brioschi

Nell’introdurre questo Forum – dedicato specificamente ai 25 anni della nostra Associazione –, mi limiterò a richiamare il tema così rilevante e complesso dell’Università e del suo futuro iniziando con il ricordare – in modo del tutto sintetico – il processo trentennale che ha condotto all’Università quale oggi noi conosciamo per poi tracciare alcune linee di sviluppo per il prossimo futuro.
Ora, l’Università attuale – come ben sappiamo – è frutto di un complesso di iniziative di riforma a carattere nazionale ed internazionale, in modo specifico europeo, che sono in verità lungi dal concludersi in quanto volte a proporre un’Università in grado di offrire una risposta adeguata con riferimento non a questo o a quel pubblico specificamente individuato, ma alla società in generale.
Più esattamente, si è trattato e si tratterà di realizzare un posizionamento – o, meglio, un riposizionamento – dell’Università che porti a recuperarne appieno il prestigio e le potenzialità in un panorama multidimensionale e a forte dinamicità che propone un complesso di sfide, su cui mi soffermerò al termine di questa relazione.

Come è noto, la stagione delle riforme affonda nel nostro Paese le sue radici nella legge 9 maggio 1989 n. 168, istitutiva del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica e che riconosce – sulla base dell’art. 33 della Costituzione – l’autonomia didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile delle Università1.

In modo specifico, l’autonomia didattica si realizza con il Decreto del 3 novembre 1999 n. 509, che introduce nel nostro sistema le prime modifiche strutturali in linea con il Processo di Bologna e le iniziative intraprese a livello europeo.
Ora, già a questo punto il processo di riforma nazionale si incrocia così con il processo di riforma a livello europeo.
Tra le principali modifiche introdotte – come ricordiamo tutti – i due cicli degli studi e il sistema dei crediti formativi universitari (CFU). Decreti successivi introdurranno poi le “classi di laurea” volte a perseguire specifici e qualificanti obiettivi formativi.

Al fine poi di favorire la conoscenza del mondo del lavoro, furono altresì previsti per gli studenti stage o tirocini da effettuare al di fuori dell’Università e venne infine dato impulso – sempre in accordo con le raccomandazioni europee – al terzo livello dell’istruzione superiore, ossia al dottorato di ricerca.
Mi fermo qui. Ricorderò solo che l’applicazione di questa prima riforma presentò diversi problemi così che fu necessaria una “riforma della riforma”, che si attuò in particolare con il Decreto ministeriale n. 270 del 22 ottobre 2004, per cui – in modo specifico – il secondo ciclo di studi – denominato da allora laurea magistrale – venne a godere di piena autonomia rispetto al primo ciclo, permettendo l’accesso a laureati di diverse tipologie di corsi di primo livello e ciò per incentivare – entro certi limiti – la trasversalità dei saperi.
La comunicazione universitaria è stata così chiamata a svolgere – a partire dagli anni Novanta – un compito direi immane per trasmettere ad una molteplicità di pubblici il senso ed i contenuti della serie di riforme in esame, che rivoluzionava l’architettura dei nostri Atenei.
In modo specifico, a seguito dell’applicazione della prima riforma sopra richiamata con l’anno accademico 2001/2002, c’è stato un processo di istituzionalizzazione della comunicazione universitaria, d’altronde già presente da tempo in forma non marginale nelle Università libere – il che è del tutto comprensibile data la loro natura ed i loro problemi in particolare di finanziamento – come pure in alcune Università di Stato.

Ricorderò, per inciso, che già una decina di anni prima, nel 1992 per esattezza, era nata l’AICUN – Associazione Italiana dei Comunicatori d’Università2, che si propose anzitutto di acquisire attraverso una specifica ricerca – la prima in Italia3 – un quadro adeguato di conoscenze sulla situazione dell’Università e sulle sue problematiche, fra cui ovviamente quelle relative alla comunicazione. Si trattava, d’altronde, di una condizione di base per svolgere poi efficacemente la propria attività a favore della promozione e dello sviluppo dei comunicatori universitari nel nostro Paese.
Anche la nascita di questa Associazione deve essere però vista in chiave europea, giacché il sorgere dell’AICUN – come di altre associazioni nazionali, in particolare in Spagna – fu promosso dall’EUPRIO, l’Associazione europea dei comunicatori universitari, la cui fondazione venne decisa a Bruxelles nel 1986 a seguito della riunione promossa dalla Commissione della Comunità Economica Europea cui parteciparono i rappresentanti delle Università dei Paesi di tale Comunità, chi Vi parla fra questi4.

Lo scopo di tale riunione era di chiarire la situazione della comunicazione universitaria tra i singoli Atenei dei vari Paesi come pure con la stessa Comunità Europea (oltre che – ovviamente – all’interno di ciascun specifico Ateneo). La convocazione della riunione in esame da parte della Commissione Economica derivava, d’altronde, da una preoccupazione molto seria concernente il risultato ottenibile – successo o fallimento – dal primo programma di mobilità degli studenti, l’Erasmus, che appunto venne lanciato l’anno seguente.

Riprendendo ora l’esame del processo di riforma delle Università, direi di passare dal quadro nazionale al quadro europeo e, quindi, al cosiddetto Processo di Bologna.

Tale Processo, che si avvia nel 1999, è rappresentato – come è noto – dal percorso che gli Stati europei hanno intrapreso da allora in poi per realizzare uno “Spazio europeo dell’istruzione superiore”, che rendesse l’Europa competitiva a livello mondiale e che fosse così uno strumento essenziale per favorire la circolazione dei cittadini, la loro occupabilità e lo sviluppo del Continente5.

Di qui l’impegno dei Paesi firmatari della Dichiarazione di Bologna di coordinare le proprie politiche al fine di raggiungere entro il 2010 gli obiettivi ora richiamati.

Alla Dichiarazione di Bologna ha poi fatto seguito una serie di 8 Conferenze, almeno all’inizio ogni 2 anni, per fare il punto della situazione e porre delle priorità per il biennio successivo: a queste è intervenuto un numero crescente di Paesi europei – si è giunti a ben 47 di questi – e ciascuna di tali Conferenze ha poi presentato un suo specifico Comunicato o, anche, Dichiarazione intitolata alla città ospitante. L’ultima di tali Conferenze si è tenuta a Yerevan nel 2015.

Da rilevare che alle indicazioni e alle innovazioni nel campo della Didattica si sono affiancate già nel corso del primo decennio del Processo di Bologna specifiche indicazioni nel campo della Ricerca e della formazione alla ricerca fino a giungere ad attivare l’interazione tra lo Spazio europeo dell’istruzione superiore e lo Spazio europeo della ricerca.

In ogni caso, nel 2009 con la Conferenza di Lovanio – a 10 anni dall’avvio del Processo di Bologna –, mentre da un lato si prende atto della creazione dello Spazio europeo dell’istruzione superiore, dall’altro si stabiliscono gli obiettivi del successivo decennio.

Si afferma così anzitutto nella Dichiarazione di Lovanio: “Nel decennio che va fino al 2020, l’istruzione superiore europea dovrà dare un contributo vitale per la realizzazione di un’Europa della conoscenza che sia altamente creativa ed innovativa”6. Si riconosce inoltre in tale Dichiarazione il valore delle diverse Missioni dell’Università, che prevedono – al di là della Didattica e della Ricerca – l’impegno per la coesione sociale e lo sviluppo culturale e, più in generale, il riconoscimento dell’esigenza di rispondere ai bisogni della società.

In tal modo il campo d’intervento dell’Università – e qui vengo ad un punto fondamentale – diventa sempre più esteso ed impegnativo, al che corrisponde un riposizionamento dell’istituzione in esame posta al centro dello sviluppo non solo culturale e scientifico, ma economico e sociale dei vari Paesi.

Messa di fronte a questa problematica, l’Università ha ampliato dunque il numero e la tipologia delle sue Missioni o – in ogni caso – le ha ulteriormente chiarite, affiancando a quelle collegate tradizionalmente al suo ruolo (la Prima Missione, ovvero la Didattica, e la Seconda Missione, ovvero la Ricerca) una Terza Missione più difficile a denominarsi specificamente, data l’articolazione che le è propria.

Procedendo secondo l’ordine ricordato, mi soffermerò anzitutto – sia pur brevemente anche per i riferimenti già fatti in precedenza – sulle prime Missioni, la Didattica e la Ricerca.

Ora, trattando di Didattica, va ricordato che lo Spazio europeo dell’istruzione superiore si basa su tre fondamenti:

  • l’internazionalizzazione attraverso iniziative e, più specificamente, progetti di cooperazione interuniversitaria;
  • la mobilità di studenti, ricercatori e docenti, nonché del personale tecnico-amministrativo;
  • la comparabilità dei sistemi d’istruzione, cui è logicamente connesso il riconoscimento di titoli conseguiti nell’ambito dello Spazio in esame.

Da rilevare, anche, il ruolo svolto nell’ambito della Didattica dal concetto di apprendimento, che viene a sostituirsi a quello di insegnamento, il che consentirebbe da parte del singolo un maggior controllo sul proprio iter formativo e pertanto la definizione di un curriculum maggiormente centrato sulle sue esigenze. Un apprendimento che può essere, d’altronde, proposto anche in forma permanente (Lifelong learning).

Vengo ora alla Seconda Missione che ha per oggetto la Ricerca, con riferimento alla quale l’Unione Europea ha posto a base del suo programma, Horizon 2020, la creazione di uno Spazio europeo della ricerca analogamente a quello dell’istruzione superiore e ciò, una volta ancora, per combattere la competizione in questo campo esistente a livello mondiale7.

La premessa del programma in esame è costituita dal fatto che “Un sistema della ricerca sano ed efficiente non frammentato e privo di duplicazioni, forte, coeso e strategicamente orientato genera benessere economico e coesione sociale”8.

Di qui dunque l’esigenza di offrire con tale Programma un quadro strategico di medio e lungo periodo per l’intera Unione Europea e di sperimentare – in tale ambito e per la prima volta – da parte del nostro Paese la definizione di un quadro strategico coerente con quello europeo.

In modo specifico, con riferimento al ciclo ricerca-innovazione-produzione, di importanza centrale e di cui cercare di aumentare la fluidità, fondamentale viene ritenuta la collaborazione fra ricerca pubblica e ricerca privata, nonché l’indicazione di specifiche priorità del Programma stesso sulla base di una chiara distinzione fra 3 tipologie di ricerca:

  • la ricerca di frontiera (priorità Excellent Science) con particolare riferimento alle tecnologie future ed emergenti;
  • le ricerche di più immediata traduzione in innovazione (priorità Industrial Leadership);
  • la ricerca volta ad offrire risposte sempre più efficaci ed efficienti alle sfide globali che la società contemporanea è chiamata ad affrontare (priorità Societal Challenges)9.

Strettissimo risulta – in ogni caso – il collegamento tra Università e Ricerca: “È impensabile – si afferma così – che possa produrre buona ricerca e perciò vera innovazione un sistema che non sia dotato di percorsi di formazione superiore efficaci ed efficienti”. Pertanto il Programma interviene poi pesantemente sui percorsi formativi – pur già riformati dal Processo di Bologna all’epoca di quest’ultimo Programma – per realizzare “un’architettura più flessibile e innovativa del sapere”, giungendo ad individuare nel dottorato di ricerca “il nodo della crescita intelligente del Paese. In esso – si continua – si incontrano il sistema dell’alta formazione e quello della ricerca e da esso si dirama l’intero ventaglio delle attività di ricerca, dalle frontiere della conoscenza fino alle applicazioni prossime allo sviluppo industriale ed alla valorizzazione commerciale” 10.

Da notare, che nell’ambito di Horizon 2020, un’attenzione rilevante viene dedicata alla comunicazione della ricerca e delle sue ricadute come pure della figura del ricercatore e della sua stessa vita.

Al riguardo, si rileva anzitutto la “limitata capacità di comunicare la ricerca ed i suoi risultati”, derivante anche “dal fatto che le Università e gli EPR [enti pubblici di ricerca] nazionali …, salvo eccezioni virtuose, non presentano uffici, dotati di competenze specialistiche, dedicati a realizzare tali attività in modo sistematico” 11.

Di contro, si ribadisce la necessità di “valorizzare il ruolo del ricercatore e di migliorare la comunicazione delle ricadute sociali della ricerca … in particolare ad un pubblico non specialista, [il che] diventa un compito ineludibile ed insieme un meccanismo cruciale per aumentare la quota di risorse pubbliche dedicate alla ricerca”12.

In modo, ancor più specifico, si auspica che la comunicazione a favore della ricerca da un lato acquisisca “un posizionamento centrale nei media, sia intervenendo nel contratto di servizio pubblico, sia attraverso format innovativi ed appetibili anche dal mercato”13, dall’altro lato che vengano utilizzate per tale comunicazione tecniche innovative, provenienti dal design, dai performing media e dalle arti visive, dai nuovi media, dalle tecnologie mobili e dall’informatica14.

Passo ora alla Terza Missione dell’Università, un concetto basato sul fatto che l’Università deve svolgere un ruolo attivo nello sviluppo culturale, economico e sociale della comunità in cui è inserita (locale, nazionale o internazionale). Una tale definizione richiede ovviamente un cambio di atteggiamento da parte dell’Istituzione in esame. Si tratta di passare da un approccio academic-centric ad uno community-centric, ove tale comunità risulta articolata in vario modo: ad esempio, in istituzioni governative, associazioni e organizzazioni non-profit; settore privato ed in modo specifico mondo imprenditoriale e, infine, comunità locale.

Viene così più in generale applicato all’Università il concetto di public engagement in quanto sì approccio volto ad avvicinare il pubblico alla conoscenza scientifica, stimolare il dialogo con esso ed aumentare la credibilità e la fiducia nei confronti della scienza, ma anche – e più precisamente – in quanto processo volto non solo a coinvolgere i vari pubblici, ma altresì ad attivare l’interesse e la partecipazione degli stessi.

Tutte queste impostazioni o, meglio, concettualizzazioni si comprendono ancor più facendo riferimento a quel modello della “tripla elica”, che vede lo Stato, le imprese e le Università sperimentare forme di cooperazione volte a promuovere lo sviluppo del territorio15.

Ora, il modificarsi dell’ottica d’azione dell’Università è stato – come ben sappiamo – indubbiamente favorito sia dalla presenza di Internet, sia dalle possibilità di operare offerte dai social network. Tra l’altro, com’è stato anche di recente ribadito “semplicità, velocità e diffusione dei social network possono favorire la creazione di un’efficace ponte tra ricerca, insegnamento e servizi pubblici, incrementando le possibilità di stimolare il dialogo tra e con il pubblico”16.

Richiamate nelle loro linee fondamentali le Missioni dell’Università o, come talora anche si dice, la Missione tripartita dell’istituzione in esame, mi pare utile cercare di focalizzare quelle sfide provenienti dalla società in generale, cui ho avuto occasione di accennare in precedenza e alle quali appunto l’Università è chiamata ad offrire dinamicamente una risposta adeguata.

Su questo tema desidero fare riferimento ad una risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015, che reca un titolo di particolare rilevanza: “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile”17, che ha in particolare condotto a definire i “sustainable development goals” (SDG).

“I SDG delle Nazioni Unite – ben 17 – sono onnicomprensivi e rappresentano quindi un catalogo molto utile di temi e di proposte da tenere presente e con cui confrontarsi”. Da rilevare che a tali obiettivi sono stati poi “associati 169 risultati da raggiungere in generale entro i prossimi 15 anni, con non pochi obiettivi da raggiungere però già entro il 2020”18.

Orbene, partendo dagli obiettivi suddetti, l’attenzione si è di recente concentrata su un certo numero di sfide di particolare significatività a livello globale – 5 per l’esattezza –, che coinvolgono – come era d’altronde possibile pensare diversamente? – anche l’Università e che vanno poi declinate per Paesi a cominciare dall’Italia.

Tali sfide globali concernono la democrazia, l’ambiente, la tecnologia, l’economia e la geopolitica.

Al riguardo va detto che “l’Università può svolgere – negli ambiti sopra indicati – un ruolo di straordinaria rilevanza. Lo può fare – più esattamente – mettendo a disposizione della società una conoscenza rigorosa super partes per comprendere il mondo e per formulare possibili soluzioni ai principali problemi. … L’Università può fare – altresì – molto per educare [direttamente] le persone che dovranno concretamente affrontare – a tutti i livelli della società – le sfide del ventunesimo secolo”19.

Passando ora da un ruolo generale a dei ruoli più specifici dell’Università, questa “può … agire esplicitamente – sto trattando della prima sfida, quella democratica – come organo a sostegno della democrazia esercitando il suo potere di convocare [i diversi pubblici], adottando uno sguardo lungo in un’epoca malata di presentismo e generando nuove idee e [infine] svolgendo il ruolo – sempre più necessario – di coscienza critica della società”20.

Più specificamente, “L’Università dovrebbe contribuire al rafforzamento della democrazia educando cittadini (e non solo lavoratori) e offrendo [appunto] un mix di conoscenze super partes, occasioni di confronto su temi d’interesse pubblico e possibili soluzioni ai problemi più pressanti”21.

Venendo ora alla seconda sfida, quella ambientale, va rilevato che “l’Università ha un ruolo potenzialmente decisivo non solo per sviluppare modelli sempre più accurati dell’evoluzione del nostro pianeta, ma anche e soprattutto per studiare gli effetti dei principali problemi ambientali – riscaldamento globale, inquinamento, perdita di biodiversità, esaurimento delle risorse – per aiutare la società a comprenderne e, nei limiti del possibile, a governarne gli effetti, che si preannunciano complessi e molto rilevanti”22.

Venendo poi alla sfida tecnologica, va rilevato che risulta “impossibile parlare di … tecnologie senza considerarne, oltre che i potenziali grandi benefici per la collettività, anche i rischi”23. Più in generale, “l’umanità [deve] adottare tecnologie che promettono benefici potenzialmente enormi resistendo per esempio alla tentazione di introdurle (tipicamente sotto la spinta di pressioni economiche) prima di averne compreso appieno limiti e rischi”24.

Approfondendo il contributo dell’Università nell’ambito in esame, va detto che, con particolare riferimento al mondo digitale – parliamo quindi dell’ “Università per il mondo digitale” –, essa dovrebbe offrire tale contributo secondo due prospettive: “l’Università come motore primo di cultura digitale e l’Università a sostegno dei commons digitali a partire dalla stessa rete Internet”25.

Quanto poi alla sfida economica, va anzitutto ricordato un nuovo paradigma, il cosiddetto “consenso di Washington, un’espressione coniata nel 1989” e che “include prescrizioni che riguardano la privatizzazione delle aziende pubbliche, la libera circolazione dei capitali, la liberalizzazione del commercio, la deregolamentazione di settori chiave come quello finanziario, la ristrutturazione delle imposte in senso meno progressivo, i debiti pubblici contenuti rispetto al prodotto nazionale lordo, le banche centrali indipendenti”26.

Di qui l’esigenza ed il conseguente stimolo a sviluppare una nuova conoscenza in campo economico al di là delle impostazioni tradizionali ancora oggi dominanti.

Vengo infine all’ultima sfida: quella geopolitica. Sotto questo profilo, “per l’Europa la situazione è particolarmente difficile. Non solo per la crisi sempre più evidente dell’Unione Europea …, ma anche per la situazione ai suoi confini. Dall’Ucraina a Est alla Libia a Sud, passando per il Medio Oriente, l’Europa confina con guerre civili più o meno aperte …, autoritarismi, guerre spaventose, conflitti storici ormai incancreniti …, dittature e Stati falliti. … Infine ci sono le tensioni che attraversano i Paesi a prevalenza musulmana, in particolare nel Nord Africa e nel Medio Oriente …”27.

“La sfida geopolitica è, quindi, quella di immaginare e studiare i pro e i contro delle tendenze in atto e le alternative possibili, con l’obiettivo assolutamente primario di promuovere la pace”, annullando o mitigando “il rischio che scoppi una guerra per l’egemonia mondiale”28.

Giungendo alle conclusioni, desidero rilevare che il presentarsi di una Università come istituzione centrale di riferimento per lo sviluppo culturale, economico e sociale (di un Paese o di un complesso di questi), l’assunzione pertanto da parte dell’istituzione in esame di crescenti aree d’azione e, al tempo stesso, di responsabilità non deve certo lasciare indifferenti i comunicatori universitari.

Anzi, una tale situazione deve essere motivo di una sempre più ricca attività di formazione e di aggiornamento da parte loro unita all’assunzione di crescenti responsabilità, ma con esse anche di crescenti riconoscimenti da parte dell’Università.

A comunicatori debitamente formati, aggiornati, responsabili non deve infatti bastare il ruolo di esecutori di una strategia universitaria, cui non hanno dunque potuto offrire fin dall’origine la ricchezza delle loro conoscenze, delle loro esperienze, della loro creatività. Credo in particolare che, al quadro che ho cercato sommariamente di proporre, debba anzitutto corrispondere un comunicatore chiamato a contribuire alla definizione stessa della strategia di comunicazione dell’Università in quanto aspetto della strategia generale dell’Ateneo, operando poi anche come esecutore particolarmente consapevole perché coinvolto nella definizione della strategia in esame.

Insomma, un comunicatore ritenuto componente prezioso di quel capitale umano su cui qualsiasi organizzazione, ancor più se complessa, fonda la sua presenza, la sua azione ed il suo successo.

Appendice – La nascita di AICUN

Ho vissuto in prima persona l’intero processo che ha condotto alla nascita della nostra Associazione. A tale nascita ho fatto altresì riferimento lo scorso settembre nell’ambito della rievocazione ufficiale del XXX anniversario dell’EUPRIO, richiestami – in quanto co-fondatore per l’Italia di tale Associazione – dall’attuale Presidente Christine Legrand.

Ora, come ho affermato nella rievocazione in esame – tenuta nel corso della Annual Conference dell’EUPRIO presso l’Università di Anversa – e come ho ribadito nella relazione cui è connessa la suddetta Appendice, svolta quest’anno per il XXV anniversario dell’AICUN, la nostra Associazione è frutto di EUPRIO. Quando, infatti, a seguito della riunione del maggio 1986, fu deciso da noi rappresentanti delle Università dei vari Stati della Comunità Economica Europea di costituire l’EUPRIO, in alcuni di questi Stati (Gran Bretagna e Francia in particolare) esistevano delle Associazioni che già riunivano i comunicatori universitari, quale che fosse la loro specifica professionalità. In altri invece, Italia e Spagna fra questi, un’Associazione nazionale non esisteva ancora. Di qui il duplice impegno dell’EUPRIO già al suo sorgere: quello di collegarsi alle Associazioni esistenti e quello di stimolare la costituzione di nuove Associazioni nazionali. Tutto ciò per consolidare ulteriormente la comunità di professionisti riuniti nell’EUPRIO, dando altresì vita ad una efficace articolazione a livello europeo. Questo proposito andò poi rafforzandosi e quindi realizzandosi negli anni immediatamente successivi. Mentre, in quanto rappresentante italiano nel neocostituito Steering Committee dell’EUPRIO, stavo affrontando una serie di problemi, fra cui quello più urgente di occuparmi di una Conference – la seconda dell’Associazione – da tenersi in Italia, il che si realizzò poi a Siena nel 1990, venni contattato – era il 1987 – da una giovane e valente professionista, Brunella Marchione, che si stava impegnando nel campo della comunicazione universitaria, avendo il fermo proposito di realizzare una ricerca sullo stato di tale comunicazione nelle Università italiane. Fu, per inciso, questa l’origine della ricerca periodica che sarebbe poi stata condotta dalla nostra Associazione – una volta costituita – per ben 8 edizioni. Ora, essendole giunta la notizia della costituzione dell’EUPRIO, Brunella Marchione si era messa in contatto con la seconda ed autorevole presidente di tale Associazione, Anne Lonsdale, che le aveva poi suggerito di rivolgersi a me.

A questo importante incontro se ne aggiunsero altri negli anni successivi in particolare attraverso la partecipazione a molteplici eventi (a partire dai Saloni dello studente) e questo condusse alla conoscenza ed al coinvolgimento di un certo numero di professionisti, diversi dei quali figureranno poi tra i fondatori dell’AICUN. Giungiamo così all’avvio del 1992, quando pensai che i tempi fossero maturi ed organizzai presso la mia Università la riunione preparatoria in vista della fondazione della nostra Associazione (era il 28 febbraio 1992) e, per rendere tale riunione ancor più significativa, invitai ad essa il mio Rettore, il Prof. Adriano Bausola. D’altra parte, avuta con grande anticipo la conferma che il mio Rettore sarebbe intervenuto, inviai il 6 febbraio una lettera specifica ai Rettori degli Atenei italiani mettendoli al corrente della riunione e dello scopo della stessa. Alla riunione del 28 febbraio intervennero pertanto i responsabili delle attività di comunicazione di 24 Atenei, del che mi affrettai ad informare nuovamente i Rettori delle Università italiane (17 marzo 1992).

Con l’occasione – oltre ad invitarli ancora a far partecipare alla costituenda Associazione i loro responsabili della comunicazione – li informai che nel corso di tale riunione era stata eletta una seconda rappresentante dell’Italia nello Steering Committee dell’EUPRIO nella persona della Dott. Brunella Marchione, allora responsabile dell’Ufficio relazioni pubbliche e stampa dell’Università di Parma, che sarebbe poi stata anche eletta Segretaria della stessa EUPRIO. A stendere l’Atto costitutivo della futura Associazione (che inglobava lo Statuto messo a punto da una Commissione di studio nominata nella già citata riunione) fu il Dott. Carlo Cavicchioni, notaio residente a Roma di cui si avvaleva la mia Università. L’Associazione nacque così il 6 novembre 1992, mentre si stava svolgendo proprio a Roma un altro Salone dello studente. I Soci fondatori furono, secondo l’ordine dell’Atto costitutivo: Edoardo Teodoro Brioschi, Erminia Clerici, Antonio Lezzi, Brunella Marchione, Maria Grazia Proiettis, Eugenio Capodicasa, Paola Claudia Scioli, Laura Di Russo, Andrea Putzulu, Francesca Loffredo, Francesco Bartucci, Antonella Maraviglia e Anna Pellegrino. Secondo lo Statuto (art. 24), il primo Consiglio Direttivo venne eletto dagli stessi Soci fondatori e risultò così composto: Edoardo Teodoro Brioschi, presidente Brunella Marchione, vice presidente Erminia Clerici, tesoriere. Consiglieri risultarono altresì: Eugenio Capodicasa, Paola Scioli, Antonio Lezzi e Giampiero Viezzoli.

La notizia della nascita della nostra Associazione – redatta da Brunella Marchione – comparve sul Network Bulletin dell’EUPRIO No. 8 Spring 1993 e questo accanto a quella della nascita dell’Associazione spagnola AUGAC – Asociación Universitaria de Gabinetes de Comunicación: da rilevare che tali nascite furono presentate sotto il titolo significativo “Branch News”.

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 1 A. Masia – M. Morcellini (a cura di), L’Università al futuro. Sistema, progetto, innovazione, Giuffrè, Milano, 2009, pp. 22 ss. A questo lavoro rinvio anche per altri indicazioni/approfondimenti in tema di riforme dell’Università. 
2 Alla nascita dell’AICUN è dedicata l’Appendice a questa relazione. 
3 A tale ricerca, avviata nello stesso 1992, sarebbero seguite ulteriori sette ricerche, l’ultima delle quali – l’VIII per l’appunto –, intitolata a Le attività di comunicazione delle università italiane, è stata condotta nel 2015. 
4 In particolare, in quanto co-fondatore dell’EUPRIO – European Universities Public Relations and Information Officers Association, sono stato invitato a tenere la rievocazione ufficiale del XXX anniversario della fondazione dell’EUPRIO nell’ambito della Conference annuale dell’Associazione in esame, svoltasi all’Università di Anversa nel settembre 2016. Si veda: http://www.euprio.eu/about/ .  
5 Il suddetto Processo è stato preparato non solo dalla Dichiarazione di Bologna, intitolata appunto allo Spazio in esame e sottoscritta dai Ministri dell’istruzione superiore di 29 Paesi europei, ma anche da una precedente “Dichiarazione della Sorbona” da parte dei Ministri competenti di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia riunitisi a Parigi nel 1998 in occasione dell’800° anniversario dell’Università di Parigi. 
6 Si tratta del punto 1 della Premessa della Dichiarazione di Lovanio http://www.bdp.it/processobologna/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=6635 .  
7 Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Horizon 2020 Italia, marzo 2013. https://www.researchitaly.it/uploads/50/HIT2020.pdf 
8 Ibi, p. 26.
9 Ibi, pp. 27 s.
10 Ibi, pp. 93 e 96.
11 Ibi, p. 8.
12 Ibi, p. 111. 
13 Ibi, p. 113. 
14 Ibi, p. 117. 
15 H. Etzkowitz – L. Leydesdorff, The dynamics of innovation: From National Systems and “Mode 2” to a Triple Helix of university-industry-government relations, in Research Policy, 29(2), 2000, pp. 109 ss.